Libri

Pierluigi Murgioni

«Dalla mia cella posso vedere il mare»

Editrice Ave

Roma ottobre 2012 (seconda ristampa dicembre 2013)

pp. 288

 

 

prefazione di Domenico Sigalini

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Il Concilio Vaticano II e la Conferenza di Medellin, la teologia della liberazione e le comunità di base, la scelta dei poveri e la denuncia delle ingiustizie strutturali, la testimonianza evangelica e la persecuzione: tutto questo troviamo nella vicenda di Pierluigi Murgioni.

 

Arrestato e sottoposto a inaudite torture, venne rinchiuso in carcere per oltre cinque anni per la sola colpa di avere proposto con la parola e con l’esempio il messaggio evangelico di pace e di giustizia. Ma in un Paese, come l’Uruguay, retto da una dittatura militare, predicare il Vangelo significava essere considerato un pericoloso sovversivo.

 

 

Per un certo periodo nel carcere di Punta Carretas fu detenuto nello spesso piano in cui vi era l’attuale Presidente dell’Uruguay, José Mujica. Don Pierluigi venne poi rilasciato ed espulso dal Paese grazie all’interessamento della Santa Sede e del Pontefice in persona, Paolo VI, del Governo Italiano e della Chiesa bresciana. Nonostante i terribili anni trascorsi in prigionia, don Murgioni tornò in Italia ancora più convinto del fatto che quella del Vangelo e della nonviolenza fosse l’unica strada da percorrere.

 

E prima di morire, a soli cinquantun anni, ci ha lasciato come ultimo regalo la traduzione in italiano del Diario di Oscar Romero.

 

In questo libro viene illustrato il progressivo ampliarsi della presenza della Chiesa italiana in terra di missione: dall’enciclica fidei donum alla creazione del Seminario per l’America latina “Nostra Signora di Guadalupe” di Verona (dove don Murgioni frequentò gli anni della Teologia), dalla fondazione del Ceial (Comitato ecclesiale italiano per l’America latina) e del Cum (Centro Unitario Missionario, un organismo della Conferenza Episcopale Italiana) alla sempre maggiore sensibilità missionaria di molte diocesi.

Soprattutto questo testo pone al centro alcuni interrogativi: come annunciare il Vangelo di pace e di giustizia in una realtà di profonde e radicali disuguaglianze sociali? Come porsi di fronte ad un potere politico brutale e violento? Come difendere i diritti della povera gente? Come, insomma, essere Chiesa profetica e non Chiesa muta e disincarnata in un contesto di dittatura militare?

Il libro, tramite la citazione di numerose lettere che don Pierluigi ci ha lasciato, testimonia come il sacerdote bresciano si sia trovato a passare dalle disquisizioni teologiche alla necessità di operare scelte concrete ben precise. E, senza alcuna forma di titubanza, don Murgioni decise di stare dalla parte dei poveri e degli oppressi, ponendosi contro una feroce dittatura militare e pagando di persona per queste proprie scelte.

“Questa biografia rende il minimo di giustizia e di conoscenza di un dono che Dio ha fatto all’umanità, alla Chiesa, alla sua famiglia, ai suoi parrocchiani al di qua e al di là dell’oceano. Questi scritti aiutano anche noi che gli siamo stati familiari compagni di scuola, amici spesso scontati di vita del nostro seminario, spettatori impauriti e sofferti delle sue vicende, compagni di discussioni e di riflessioni. Confesso che ho pianto leggendo tante pagine di questo testo. C’è dentro la mia vita, il mio voler andare in missione, sempre rimandato, perché dovevo far fruttare la laurea in matematica o per scarso coraggio, la gioia di aver rivisto don Pierluigi dopo tanto scempio. Il testo di Anselmo Palini è una miniera di fatti, di memorie, di racconti e di riflessioni che permettono di togliere un poco il velo di riservatezza di don Pierluigi e ci aprono delicatamente delle finestre sulla sua vita da prete autentico” (dalla prefazione di mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e assistente generale dell’Azione Cattolica Italiana, compagno di studi di don Murgioni durante gli anni di seminario).

Don Murgioni, un prete nell’inferno della dittatura. Di lui, oggi, rimangono il ricordo, le testimonianze, l’esempio (da “Corriere della Sera”, pagine bresciane, 24 ottobre 2012).

Resistette ad ogni tortura e condizionamento; i suoi compagni di sventura lo ricordano come colui che sosteneva la speranza di tutti, era un riferimento preciso nella disgrazia collettiva del carcere
(da “Bresciaoggi”, 18 ottobre 2012).


La natura della Chiesa si misura anche dalla testimonianza dei suoi figli. Particolarmente dove essi decidono di seguire il Signore nella via del martirio. E’ il caso di don Pierluigi Murgioni…(da “Jesus”, mensile di cultura religiosa e di attualità, gennaio 2013).

L’America latina ha bisogno di testimonianze di un dono grande e disinteressato, che provengono tutte da una sola grande forza rivoluzionaria, l’Amore. Una testimonianza come quella del discepolo di Cristo, Pierluigi Murgioni (da “Avvenire”, 12 dicembre 2013).

Don Pierluigi trascorse cinque anni rinchiuso (e torturato) in carcere in Uruguay, per avere difeso i poveri e testimoniato il Vangelo (da “Messaggero di sant’Antonio”, dicembre 2012).

Un testimone, e un libro, che meritano di essere conosciuti (da “Popoli”, mensile internazionale dei gesuiti, dicembre 2012).

La lettura di questo libro aiuterà molti a ritrovare il gusto dell’appartenenza alla Chiesa, perché si scoprirà compagno di viaggio di questi testimoni che hanno saputo offrire la loro vita nell’annuncio del Vangelo e nella difesa dei diritti umani (da “Settimana”, settimanale di attualità pastorale delle edizioni Dehoniane di Bologna, 25 novembre 2012)

Un libro ricco di pagine toccanti che aiutano a scoprire i veri testimoni del vangelo nei tempi in cui viviamo (da “Popoli e Missione”, mensile di informazione missionaria della Fondazione Missio e delle Pontificie Opere Missionarie, gennaio 2013)

Questo libro mi ha commosso. La vicenda di questo prete semplice, che ha patito anni di carcere, che non ha “fatto carriera”, che non è stato valorizzato dopo il rientro in patria, è la storia di un eroe dei nostri giorni. In lui si legge con chiarezza la volontà di incarnare il vangelo, senza se e senza ma, nel contesto storico in cui si trova a vivere (Giampiero Girardi, in “Il Margine”, mensile dell’associazione “Oscar Romero” di Trento, gennaio 2013)

Nonostante i terribili anni trascorsi in prigione, don Murgioni tornò in Italia ancora più convinto del fatto che quella del Vangelo e della nonviolenza fosse l’unica strada da percorrere per cambiare il mondo, restituire la dignità ai poveri, liberare gli oppressi (Pier Giorgio Liverani, in “Studi cattolici”, rivista mensile dell’editrice Ares, maggio 2013)

La vicenda di Pierluigi Murgioni ci ricorda quel che tante volte è accaduto negli anni Sessanta e Settanta in molti Paesi dell’America latina e ci ricorda che queste testimonianze non devono essere né ignorate né dimenticate, in quanto, come ha scritto padre David Maria Turoldo, “questo è tempo di gente che sa morire, tempo grande, fatto grande dal sangue dei poveri”(da “Il Tetto”, rivista bimestrale di cultura, n. 295, Napoli, maggio-giugno 2013)

Uno splendido libro (“Corriere della Sera”, edizione Brescia, 2 novembre 2013, in occasione del ventesimo anniversario della morte di don Pierluigi)


Di questo libro sono state fatte oltre trenta presentazioni, soprattutto in paesi del bresciano, ma anche altrove, come a Villaputzu (prov. di Cagliari), paese d’origine della famiglia Murgioni.

 

Alla prima presentazione, a Brescia, il 24 ottobre 2012, intervennero:
mons. Domenico Sigalini,  vescovo di Palestrina e assistente nazionale dell’Azione Cattolica, compagno di seminario alle medie e al liceo di don Murgioni;
don Saverio Mori, compagno di seminario, di missione e, per alcuni giorni, anche di prigionia di don Murgioni;
Juan Baladán Gadea, uruguayano, prigioniero politico per oltre tredici anni, alcuni dei quali trascorsi nello stesso carcere in cui era rinchiuso don Pierluigi;
Giampaolo Colella, console a Montevideo negli anni in cui don Murgioni era in carcere;
Pino Murgioni, fratello di Pierluigi Murgioni;
mons. Cesare Polvara, già missionario in Uruguay e ora provicario della diocesi di Brescia.

 

 

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